AGITARE L’OCCHIO PRIMA DI VEDERE.
Vedere il nascosto è alla portata di tutti, ma la tradizione ci ha abituato a credere che solo gli Indovini, i Profeti e i Poeti vedano di nascosto. Il nascosto è spesso il Futuro, ma più frequentemente è il Presente stesso. quando si chiede ad un uomo di approfondire il suo “vedere” generalmente risponde: “io non sono un profeta”. Invece io affermo di essere profeta, non nel senso intimidatorio, eccezionale, ma nel senso che ogni uomo può coltivare il verbo Vedere. La vera utilità della poesia (Poiesis= creare) è di sviluppare agriculturalmente in ognuno le proprie facoltà poetiche. È a questo che serve la poesia.
Non è poeta chi scrive solo poemi, è poeta chi vede il nascosto (e qui che viene la grande mistificazione). La poesia è un metodo scientifico di vedere. Anche la scienza è volgarmente mistificata nelle sue applicazioni, ma il vero scienziato cerca di rivelare in senso apocalittico (rivelazione) il reale, il vero comportamento della materia.
(Sebastian Matta Echaurren)


7 comments
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Ottobre 27, 2007 a 3:40 am
violaamarelli
sì, compito di ogni artista non è riprodurre il visibile ma il “rendere visibile” come diceva Klee. Mistica pura. E vera. un salutissimo, Viola
Ottobre 27, 2007 a 4:36 am
iole toini
’sviluppare agriculturalmente’ … mi colpisce questo avverbio che parte dall’idea della lavorazione manuale di un terreno nudo per arrivare alla fioritura.
e accostato alla poesia e al suo lavoro interiore ed esterno lo trovo più che azzeccato.
ciao Bianca
Ottobre 27, 2007 a 9:29 pm
ritabonomo
Certo. Agitare l’occhio prima di vedere. E’ il retro-occhio che è deposito di informazioni preziosissime che scavano ben più del mero atto contemplativo, tanto caro a certi poeti (e qua m’attiro tutte le antipatie del caso usando l’accezione maschile, ma tant’è..) E io, che non sono poeta e in quanto -non- tale, posso dire dunque -senza Fazio- alcuna che mi nutro (nel senso più agriculturale del termine) ben più delle dinamiche, ad esempio, che un testo può generare -dinamicamente- (grazie al suo ‘agitatore’ ) che non della didascalica menzione di una pretenziosa realtà oggettivata (dalla contemplazione appunto), e che molto spesso è invece, in quanto non agita, ben più artificiosa della realtà stessa.
Disquisizioni interessantissime e meritevolissime di un intero blog a parte.
Mi scuso della mia goffaggine che liquida il tutto con quello che, apparentemente (?), appare come un manifestino-ino-ino politico.
Un caro saluto.
Rr
Ottobre 27, 2007 a 10:40 pm
violaamarelli
contemplare è un bel verbo..implica tante cose.Pare fermo, e invece, come dicono Iole e Rita , corre che è una meraviglia. C’è qualche oggetto? O qualche soggetto? C’è il verbo essere?..ah, saperlo…A volte si oggettivizza in buona fede….nel tentativo di tenere a bada il “duale”, lo strano esser/ci me/mondo. A volte si tronfieggia, il proprio ego si dilata a mondo, orficamente dispiegato alla plebaglia poverella…Il de/cantare allora forse serve meglio, a vedere, come Andersen nel re nudo..la rete di rapporti in movimento in cui siamo immersi, il grande gioco…un saluto, Viola
Ottobre 28, 2007 a 12:16 am
biancamadeccia
Rita, Iole, Viola. Ma quanta bella gente qui.
Non vorrei fornire una risposta, non potrei. Vorrei offrire uno spazio aperto per l’espressione di “visioni” singole o in relazione tra loro. Credere o non credere esclusivamente in qualcosa da origine ad un pensiero passivo. La curiosità, il voler conoscere invece, a me, sembrano risuonare maggiormente di vita.
E allora ben vengano “visioni”, meditazione, dinamiche tra testi, scritture, sovrapposizioni di voci, contaminazioni.
Questo piccolissimo blog non ha “l’audience” richiesta dal rito per poter stilare Manifesti Programmatici, e se ne dovessi stilare uno, stilerei un Manifesto sulla necessità del Silenzio.
Ma posso senz’altro dire che sono personalmente molto stanca di gran parte del pensiero rigido (poetico e non) in cui l’ego troneggia e romba (o liricheggia) esclusivamente dal proprio ombelico annullando tutto ciò che potrebbe tradursi in una scatto di pensiero.
Molto umilmente e agriculturalmente, penso che seminare, agire, coltivare voci e visioni, in questo momento storico e qui e ora, possa avere una rilevanza maggiore del “dire” o del “definire” fine a se’ stesso che non può che generare forme svuotate di ogni contenuto vitale.
Il linguaggio avrebbe bisogno di pensiero e di una relazione più stretta con le cose per far sì che non diventi, come bene ha definito questo fenomeno una persona molto acuta e diretta con cui ho la fortuna di avere a che fare: “una pratica da cicisbei di corte”.
Buona domenica e grazie per i graditissimi commenti.
Ottobre 28, 2007 a 6:25 am
violaamarelli
cara Bianca, nessuna di noi penso abbia ricette precostituite, anche perchè siamo secondo me in un’epoca storica semi-alessandrina, ricca di epigoni e di citazionismo. Vedo però che c’è una ricerca, sia pure su diversi strade e forme, comune: il voler tentare di uscire da un’impasse che da più di due secoli appiattisce la scrittura in versi sulla mera lirica. Per secoli, invece, la poesia è stata epica, narrazione, commedia, teatro, satira e mille altre cose. Forse è il momento di ritrovare queste strade . Mi conforta in tal senso vedere numerosi testi che pur poetici hanno fiato più lungo e meno sguadro soggettivo. Concordo pienamente sul linguaggio attaccato alle cose e ti/vi lascio un estratto di un libro di Guido Mazzoni (Sulla poesia moderna) che mi sembri fotografi bene la situazione:
“Come tutte le arti che subiscono una forte disumanizzazione, la poesia moderna divide il pubblico in due- un’élite ristretta che capisce e una massa vastissima che non capisce- seguendo le linee di un dialettica che attraversa anche le arti plastiche da quando i pittori e gli scultori possono ignorare l’aspetto ordinario della realtà e trasgredire le norme ereditate.”
“L’immagine del mondo che la maggior parte delle poesie moderne rinvia al lettore è di tipo narcisistico.”
“La poesia degli ultimi secoli, il genere che meglio di ogni altro incarna la componente narcisistica dell’individualismo moderno, è anche un gigantesco sintomo storico: evidentemente una parte della cultura contemporanea dà per scontato che si possa dire una verità universale rinchiudendosi in sé. Ciò significa ritenere che il rapporto con gli altri e lo scorrere del tempo, ovvero le dimensioni propriamente oggettive della vita, non siano essenziali alla comprensione della realtà.”
Come vedi, qualcosa che in giro si muove c’è, un forte abbraccio, Viola
Ottobre 29, 2007 a 5:16 am
biancamadeccia
Ho trovato anche quella bella definizione di “visione” di Jonathan Swift, definizione che data dall’autore dei “Viaggi di Gulliver” mi suona particolarmente convincente
‘Vision is the art of seeing things invisible’
(Jonathan Swift)