(…)

Per la nostra società evitare lo sforzo è una condizione di felicità. La comodità è felicità nell’era della tecnica e della dimenticanza dell’essere. Tutti noi preferiamo beneficiare di qualche comodità. L’inganno sta nel farne l’unica idea di felicità possibile. (…) L’idea che conti solo il risultato è fondamentalmente ridicola poiché non si tratta del risultato ma del percorso. In altre parole, il risultato finale è per tutti una tomba. Se l’uomo perde l’idea di percorso, perde tutto. La questione dello sforzo non è dunque morale ma ontologica. (…)

Evitare lo sforzo ha paradossalmente portato la nostra società a una grandissima fatica. Essa affronta così come una fatalità ciò che aveva tentato di annullare. (…) Non si è più in grado di pensare uno sforzo di emancipazione, di creazione, d’amore, di pensiero. Essere troppo stanco può non piacermi, ma non organizzo la mia vita cercando di sottrarmi alla fatica. La fatica è simmetrica alla felicità nel nostro mondo. Mi può piacere essere felice ma se oriento la mia vita in funzione soltanto della mia felicità, trovo il suo contrario.

Se organizzo la mia vita in base al rifiuto di qualsivoglia fatica la subisco sotto forma di depressione e d’impotenza. La fatica attuale dipende dall’immenso sforzo prodotto per evitare ogni tipo di sforzo.

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(Da “Contro il niente. ABC dell’impegno.” Miguel Benasayag, Feltrinelli)

 

 

(Foto di Bianca Madeccia)

 

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