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«Un giorno riuscii a capire il segreto della musica, ed io e Bach in quella violenza di note eravamo alieni alle sfere di vita iniziate a crollare, e veniva fuori in coatto spontaneo il monito che sorreggeva me e il mondo, il cui baricentro era quasi al limite della zona d’appoggio, nella zona di silenzio. Poi l’armistizio  col connettere iniziò. E il nulla avanzò nella rena separata da cicli di pietra laccata in oro, profumata di incenso e mirra. Quando il mare si aprì, seguiti dalle truppe dei giovani sapienti, invece di abissarci nella fessura, ascendemmo e toccammo con mano la luce (la rete elettrica della città, cielo di corruzione ustionante, porca puttana, anche talvolta intaccata dall’aria, che sempre senza limiti di età, avanza maestosa e composta nell’arena). E il verbo si fece canto.
(…)
Il  mio fine non è quello di partecipare al lettore la genesi passionale dei miei versi, quanto l’indurlo ad “ascoltare un istante di sé”. Ciascuna delle mie poesie è concepita non programmaticamente in articolazioni di armonia o della assenza di questa.
Non è da  cercare  di comprendere il senso che io ho descritto con la parola, quanto il risalire dalla parola ad un senso personale ed appassionato graziato dal  solo ritmo.
Un ritmo ricercabile in uno spartito, in una tela e in una lastra impressionata a seconda che io con il suono sia riuscita a riecheggiare una melodia o ad accostare colori o a richiamare un’immagine, secondo la disposizione e i compromessi ideologici del lettore».

(da un estratto del quaderno inedito di Claudia Ruggeri “Elogio della Follia”. Contenuto in “Canto senza voce”, edizioni Terra di ulivi, Febbraio 2013. A cura di Elio Scarciglia).

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Il 19 giugno presso l’Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli la presentazione in anteprima nazionale della raccolta di versi inediti di Claudia Ruggeri, poeta colta e appassionata nata a Napoli (1967), vissuta in Salento e morta suicida a 29 anni nel 1966. Le altre pubblicazioni dell’autrice sono “Prima Opera” (nella rivista “L’Incantiere”) e “Inferno Minore”, unica opera compiuta pubblicata a cura di Mario Desiati per la PeQuod editrice.

La stampa di queste poesie inedite nasce dall’incontro dalla volontà di Maria Teresa del Zingaro, madre di Claudia Ruggeri e meticolosa custode dei suoi scritti e dalla passione di Elio Scarciglia, fotografo e videomaker, autore di  documentari su poeti salentini e curatore del sito di Claudia Ruggeri. La raccolta ha una introduzione di Esther Basile e Angela Schiavone e, accluso al volume, in omaggio, il documentario “Claudia Ruggeri” di Elio Scarciglia (qui il book trailer).

“Canto senza voce” si apre con “Elogio della follia”, una prosa inedita, una sorta di manifesto poetico della Ruggeri. L’autrice ragiona, (tra le altre cose), dell’etimologia del termine “artista”, conio moderno derivante da “anemo”, cioè, “senza-nessuno”, latino grecizzante che non obbedisce neanche alla regola della doppia negazione. “Senza nessuno, quindi, vuoto”.  «L’uomo è vuoto sempre, quindi anche l’ispirazione è vuoto e lo sarà anche la creazione (…) Cos’è l’artista? Vuoto. Cos’è la creazione. Niente. (…)». L’errore dell’uomo comune risiederebbe – precisa la Ruggeri – nelle azioni tese ad inseguire risultati, nel cercare di raggiungere ciò che vuole, conseguendo così invece un nuovo abbaglio, aggiungendo un nuovo falso pieno ad un presente già falso. L’artista vive allora sospeso nel vuoto, così come il vuoto è l’essenza materica e spirituale, la matrice, la materia prima di cui sono fatte ispirazione e creazione. Balza immediato agli occhi il collegamento biografico con la morte dell’autrice che si uccise gettandosi da un balcone, e senza voler speculare su un fatto dolorosissimo, non ci si può esimere dal chiedersi se in fondo anche quel balzo finale non sia da considerarsi l’ultima creazione, la fusione totale con quel vuoto che la Ruggeri considera la matrice del mondo, e dunque, in qualche forma, un ritorno a casa.

Il volume, suddiviso in sei parti tematiche, raccoglie testi quasi sicuramente precedenti a “Inferno Minore”, appunti sparsi in agende, taccuini, fogli tutti rigorosamente privi di data, testi fondamentali per capire alcune questioni circa il cammino e la formazione del linguaggio dell’autrice. Versi che, anche se non sono ancora la fastosa lingua barocca di “Inferno Minore”, ne contengono già la cifra, soprattutto nella tessitura delle immagini e delle metafore, la sedimentazione testuale di quel linguaggio magmatico composto di “lampi” verbali, di alternarsi di pieni e vuoti, buio e luce, di sovrapporsi di differenti registri, di termini sperimentali e classici, dialetto e modi di dire, citazioni colte, frasi fatte, parole inventate, arcaismi e parole straniere che si svilupperà solo successivamente in tutta la sua pienezza. “Canto senza voce” dunque è un testo preziosissimo per individuare la genesi del complesso idioma poetico della Ruggeri: il verso già in questi componimenti indossa una veste di irregolarità e di improbabilità contemporanea, uno scontrarsi, un sovrapporsi a strati, e al tempo stesso, amalgama, fusione di elementi di provenienza differente all’interno della medesima voce, un idioma che procede per accumulo e che non può non entrare in collisione con il linguaggio e il senso comune.

La Ruggeri  fin da questi primi scritti indubitabilmente sta lavorando  ad un codice che la collocherà linguisticamente in una posizione di magnifica solitudine, straniera al mondo e alla lingua stessa con il suo linguaggio totale, nuovo, personale, lacerato e illuminato da metafore arditissime, quasi uno scintillante relitto marino che procede luminoso e musicale nella notte oscurissima e vuota in direzione del suo “Inferno Minore”.  (BM)

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