Comincia, efebo, col percepire l’idea

Di questa invenzione, questo mondo inventato,

L’idea inconcepibile del sole.

 

Devi tornare l’uomo ingenuo che eri

E vedere il sole con l’occhio ingenuo

E vederlo chiaramente nell’idea.

Non presupporre una mente che crea all’origine

Dell’idea, non creare per quella mente un ingombrante

Padrone avvolto in lingue di fuoco.

 

Com’è terso il sole se visto nell’idea,

Purificato nella remota chiarità di un cielo

Liberatosi delle nostre immagini e di noi…

 

La morte di un Dio è la morte di tutti.

Lascia che Febo purpureo riposi nel raccolto ombroso,

Che dorma e muoia in ombre autunnali.

 

Febo è morto, efebo. Ma Febo non era che un nome

Per dire qualcosa che non poteva essere detto.

C’era un progetto di sole e c’è ancora.

 

C’è un progetto del sole. Il sole, ghirigoro d’oro,

Non sopporta alcun nome, ma è

Nella difficoltà di ciò che essere è.

 

Wallace Stevens, da “Note verso la finzione suprema”, trad. di Nadia Fusini.