Non ha alcun senso. Il bastardo continua a sbatacchiare quelle sue piccole dita rachitiche sulla consolle, come un maledetto aspirante pianista, offendendo con quell’orribile sinfonia che produce tutto il creato e il senso stesso della vita.

Distrugge le regole del cosmo e le rifonda a modo suo, senza poesia, senza geometria. Un vero golpe di idealità che sta annientando tutto ciò che di sacro appare ai miei occhi.

Per anni, mesi, giorni interi, l’ho osservato, letto le sue parole, paralizzata, ammutolita dal terrore per il male oscuro che costui produceva senza sosta con i suoi versi privi di senso e che ogni mattina oramai profanano il luogo sacro delle riflessioni e delle mie catarsi mattutine.

Mi stacco e avanzo cautamente tra la folla dei suoi neuroni.
Scosto braccia e liane come un esploratore nella selva delle banalità umane, mi addentro nel suo regno.

Il silenzio mortale dei primi istanti poco a poco si fa brusio, e poi cresce ancora più forte fino a divenire un vocio assordante.
La foresta si richiude dietro di me, mi ha inglobata, digerita, dimenticata. Ma non ancora omologata. Devo fuggire.

Devo fare in fretta, prima che questo piccolo bastardo se ne accorga.

Sono stanca, non ne posso più di vivere qui, relegata nelle grondaie del suo cervello, schiacciata dai suoi neuroni indifferenti.

Fammi uscire idiota.

(Pubblicato su “Resistenze 2007”)