” E questo vengono a cercare in analisi: non essere più colpiti da ciò che li circonda, dalle persone più vicine, divenire in un certo senso ancora più egoisti, essere anestetizzati nei confronti del mondo, vivere nell’autismo. La saggezza ha sempre affermato il contrario. Più progredisci in conoscenza, più il mondo ti tocca. (…) Un musicista agisce quando si lascia coinvolgere dalle grandi questioni della musica, la composizione, l’armonia. Patisce, quando si limita a ricercare il successo. Agire significa sempre accettare gli interrogativi che ci portano verso la molteplicità. (…)Nell’attesa di sfilacciarsi ancora di più, la nostra società si crede attiva, spesso iperattiva. L’iperattività è un simbolo ambiguo. In primo luogo è il segno di questa attività illusoria che riempie le nostre vite. Adulti o bambini, più si è attivi in questo senso, meno si agisce. Il bambino e il quadro iperattivo non hanno alcuna conoscenza di se stessi. Sono totalmente incapaci di agire. L’iperattività è utilizzata dall’ideologia dominante come un eccesso che permette di convalidare la struttura, una patologia esibita come una figura di contrasto: la patologia riguarda l’eccesso e non l’attività stessa. L’iperattività è dunque una sorta di doppio sintomo dell’impasse e della sofferenza verso cui ci conduce la nostra incapacità di agire, e della necessità politica di continuare a giustificare il sistema che ci costringe a questo”.



(Da ” Contro il niente. ABC dell’impegno” di Miguel Benasayag)

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