Eccomi, ti porto l’origine della Terra. Mi tremo il nome tuo nella bocca.
Vieni a diventarmi chi tu sei, mio granello innato. La veglia delle braccia
affoga la grande Superficie delle tue dita che già cominciano a zoppicare
di mai carezze scure, e come la guerra combattimi: ora voglio morirti nella mano.

Ti porterò la genesi del Fuoco. Il fianco sinistro tutto, qualcosa che vive più su.
Sarò la vita destra di ogni tuo ricordo, farò finta di averti perduto solo per rimpiangerti.
Sarà come starti ripiegato nel portafogli, sarò una chiave ritrovata appesa ai jeans,
brucerò ogni fiamma ogni, sarò lingua alta e cruenta o lucina che si spegnerà.

 

Ti portai l’apocalisse del mio bambino, l’istinto dell’Acqua che dissetò la notte.
Fui il processo della vista, diametro opposto al gesto prosciugato dallo sguardo.
Non avevo altro: questo era, solo questo. Una specie di pianto, quasi unguento.
Che liquido venne a ripararci? A riprenderci dentro? Chi ci stese l’ultimo godimento?

 

Poi eccomi ancora qui, nuova creazione dell’Aria io mi faccio fiato per respirarti,
idrogeno malato, piccolo ossigeno prestato, carbonio mangiato crudo e dissipato.
Sono la linea che mi solca il polso e che non ti invade, che non traccia l’infinito:
la possibilità del sogno, l’esigenza del compiacimento per starti accanto e dire: sì, come dici.

 

Ho questo tutto niente da offrirti, e lo so che non è, il mio tutto quello che ho, tanto:
ma è tutto quello che possiedo: scusami se non ti è necessario, se non ti è sufficiente

 

 

Luigi Romolo Carrino.