IN CUI SI PARLA DI UNA FOGLIA DI PLATANO 

Nel vagone si sta stretti come sardine ma c’è mancanza di olio.

Lui pensa a cosa c’è sopra la sua testa.

Non i capelli, e nemmeno il tetto del vagone, e nemmeno la volta della galleria, o la terra e i sassi il cemento i lombrichi che scavano e ghiaia mattoni cavi elettrici putrelle. No.

Lui pensa al manto stradale ancora più sopra. E sul manto stradale a una foglia secca di platano. Ha pochi secondi per pensare a quella foglia, che si sta già allontanando mentre la metropolitana si rimette in moto. Ha solo un attimo per pensare che quella foglia di platano è stata tra le dita di una ragazza che non incontrerà mai. Lei l’ha tenuta tra le dita per qualche secondo, poi l’ha lasciata cadere, all’ingresso del parco. Il vento ha fatto il resto.

REZNOR ERA ANCHE UN INVENTORE

Prima di morire affogato chiuso in un sacco nelle acque del Tibisco, Reznor ebbe tempo anche per fare qualche invenzione. Quando non era impegnato nel suo lavoro di architetto, infatti, trascorreva del tempo a progettare macchine di svariate forme.

Una volta, in una sola notte, inventò una macchina grande come un salone delle armi, e pure bella, grande ma leggera. Quando sorse l’alba la osservò: aveva lavorato tutta la notte e non si era accorto del trascorrere del tempo. Si asciugò la fronte dal sudore, guardò la macchina, il sistema complicato di telai di legno, corde. pulegge, argani, cardani e denti e si chiese, Ma a cosa servirà.

Ci stette su a pensare. Si grattò il mento. Poi si avvicinò alla macchina e spinse una manopola. Subito la macchina, grande bella e leggera, emise uno scricchiolio acuto. Reznor si fermò, ma subito sentì l’impulso di spingere un tirantino. ed ecco che venne fuori dalla macchina prima uno stridio sottile che sfociò poi in uno scricchiolio più cupo. Reznor fu preso dall’agitazione: azionò, spinse, tirò, separò, e ogni volta ottenne scricchiolii, suoni, cigolii, clangori diversi. Si allontanò. Sorrise. Aveva inventato la macchina generatrice di scricchiolii.

MI RICORDO MORELLI

Lui, Morelli in mezzo alla folla, di corsa, ci danzava. Era veloce Morelli: correva a testa alta e schivava tutti con una precisione di chirurgo della corsa, non so come facesse, eppure io a essere veloce sono veloce. Ma lui lo era di più. Morelli si faceva un vanto del riuscire a evitare centinaia di passanti che superava in un attimo, a velocità di vertigine, sempre scansando quando sembrava vicino allo schianto frontale, scivolando di lato, rutoando improvvisamente sui tacchi per cambiare direzione, rallentando per evitare due passanti di diversa velocità ingolfati in una strettoia, accelerando di nuovo in un breve spazio aperto per pochi attimi. Morelli era veloce, proprio veloce, era un asceta della velocità pedonale. Doveva mantenere una distanza, pur sfiorando persone lungo il marciapiede, pur rasentando braccia, volti, pance, borse. I passanti erano presenze fastidiose per lui, ma non ne poteva fare a meno, doveva scansarli, mantenere la distanza: nessun contatto. Lo ricordo correre in una gara di quello sport che aveva inventato: corsa marcia veloce slalom danza furioso incedere. Gli stavo dietro, ma lui era più veloce.

 MNEMOTECNICA

Da piccolo aveva inventato un sistema per imparare a memoria le poesie. Aveva avuto sempre una certa difficoltà a memorizzarle. E un pomeriggio capì che tracciava un piccolo schema, fatto di disegnini e scarabocchi, di immagini insomma che rimandavano per associazione alle parole che avrebbe dovuto imparare a memoria, l’immagazzinamento di quelle parole diventava rapidissimo e, dopo essere ricorso allo schemino due o tre volte, poi la poesia era bella che memorizzata. All’epoca avrà avuto 11 anni, e di mnemotecnica non sapeva nulla. Poi, crescendo, scoprì che esiste la mnemotecnica, e diversi metodi, tra cui alcuni ideati da illustri studiosi e filosofi. Si entusiasmò alla cosa: la questione della memoria lo appassionava, forse anche perché ne aveva poca, di memoria pura. Aveva sempre bisogno di qualche espediente per attivarla. E così studiò e ideò. Poi un giorno scoprì su un libro che esisteva un metodo mnemotecnico proprio uguale al suo. Si chiamava Metodo Wilson. Era esattamente come quello ideato da lui alcuni anni prima, e che si fondava sulla lontana intuizione dei segni grafici da associare per analogia alle parole e alle frasi. Poi, alcuni giorni dopo, si ricordò, per associazione di idee che lui si chiamava Wilson. Giovanni Wilson.

 

PAOLO MELISSI è redattore della rivista “Bookshop”. In rete cura il blog “Scrivere il quotidiano”. Ama i graffiti. Tra le altre cose, ha curato la sezione “SCRITTUREinrete” per Ibridamenti,il progetto di ricerca dell’Università Cà Foscari di Venezia dedicato allo studio del blog.