La poeta Daniela Raimondi ospite a “Silenzi in forma di poesia”, (11-18-25 maggio 2008), rassegna di poesia contemporanea inserita all’interno della tredicesima edizione del “Maggio Sermonetano” (Sermoneta, Latina). Direzione artistica e organizzativa di Bianca Madeccia.

Marguerite

 

 

A Marguerite Duras

 

I.

 

La casa di Vinh Long sorgeva fra due fiumi.

Quando arrivava il tempo della pioggia

il fiume saliva i cortili, entrava le case.

I corpi diventavano languidi,

schiudevano sul ventre lo splendore.

Di notte le donne dormivano sull’acqua,

le amache dondolavano nel buio.

Sulle travi, gli uccelli battevano le ali

aspettavano impazienti la luce del mattino.

 

La sera le dita di mia madre correvano sul piano.

C’erano vasi di terracotta in fondo al giardino,

fiori bianchi che crescevo per alleviare il buio.

Shubert suonava nella casa di legno,

i bisonti lasciavano tracce di fiato sui campi.

 

Avremmo dovuto scattare una foto,

chiamare un vicino e mostrare con un dito

quei pochi momenti felici:

la grazia del mio corpo impudico

gli alberi di tamarindo ai bordi delle strade

e dieci, cento uccelli che gridavano sui rami.

 

 

II

 

La stracciona aveva una ferita sul piede.

Parlava da sola.  Inseguiva i bambini

nelle gole dei vicoli,

li faceva tremare come un incendio.

Aveva una figlia piccola piccola,

da sembrare mai nata.

Mia madre me l’aveva data in regalo

ma era finita, mangiata dai vermi.

Io cullavo la bambina malata,

baciavo sugli occhi la bambola viva.

Un mattino uscì dal suo corpo.

Morì sull’orlo del fiume.  La pancia gonfia,

il viso da vecchia.

Sono morte le mani, la bocca

i capelli i piedini.  Il respiro.

Quel giorno ho capito che morire

è più facile dello strappo di quando si nasce.

Più facile della fame schifosa che è vivere.

La stracciona spariva e tornava.  Spariva e tornava.

Qualche volta piangeva.

Una sera se ne è andata per sempre.

La ferita aperta sul piede,

una striscia di sangue lungo la terra.

 

 

III.

 

A Vinh Long i sogni cadevano come frutti dagli alberi.

Le risaie erano lagune di luce sulle rive del fiume

ma la gente aveva bocche povere, la pelle colore del limo.

I bambini nascevano e tornavano all’acqua

insieme ai tronchi di mango, alle scimmie annegate.

Mia madre sognava di comprare terre lungo il Pacifico.

Spese tutti i suoi soldi.  Poi costruì una muraglia di fango

per sconfiggere il mare.

Pagò cento uomini per fermare l’oceano,

per proteggere i campi dagli occhi di Dio.

Ma il mare può violare la terra

con la sua lingua di spuma.

La sua lingua che entra e ferisce

dentro il verde di un sogno.

 

Mamma remava in piedi sulla barca.

Taceva.  La bocca murata.

Fissava lo strazio,

vent’anni di vita sepolta sotto un lenzuolo di mare.

Il sogno intoccato

impronunciato.

Il suo sogno ulcerato dal sale.

Si chiamava Marie Legrand,

era nata a Rubaix in un giorno di aprile.

La gente diceva che era pazza, che parlava coi morti;

per strada, la puntava col dito.

 

 

IV.

 

Lavare, lavare, lavare.

Sfregare le pareti di legno

togliere ogni rumore,

ogni ricordo lasciato a morire.

Mamma impilava i mobili sul tavolo.

I secchi d’acqua scrosciavano

fra le assi del pavimento.

Il vapore saliva lungo le gambe

con un profumo di terra.

La casa era una palafitta,

un’arca che vagava nella nostra solitudine.

Nell’ombra della terrazza Madame Beine

serviva orzata e biscotti alla crema.

Le signore vestite di bianco bevevano a piccoli sorsi

e guardavano mia madre, le sue braccia scure.

 

Lavare lavare lavare.

Sfregare via il dolore.

Sfregarlo forte per tacere la pazzia,

lo stupendo fallimento del suo cuore.

Mia madre nascondeva la sconfitta,

i miei seni di piccola peccatrice

e l’amore androgeno per il figlio maschio.

Il figlio ladro

figlio dell’oppio e dell’incanto

il figlio mai sazio che le rubava i soldi,

che picchiava la bambina con addosso

l’odore pungente di un uomo.

 

 

V

 

Il canto fa la notte e la consola.

Costruisce il sonno, l’orco dalla lingua di fuoco,

il blu marino.

Una notte l’uccello perse la strada nel cielo,

volò nella casa e chiamava nel buio.

Feriva le pareti, in cerchio in cerchio

dentro la stanza di mio padre.

Mia madre capì.  Disse solo: “Papa è morto”.

La sua lingua, un sigillo.

 

Il suo nome era Marie Legrand.

Sognai di lei tutta la vita.

Una notte un uccello le disse che mio padre era morto.

Da quel giorno dormii nel suo letto

perché aveva paura di Dio.

 

 

VI.

 

Madre mia.

Ho visto miracoli dentro ai tuoi letti piccoli.

Madre che piangi.  Che annusi i miei vestiti.

Grande madre di latte

che gridi per far crescere le bocche,

le nostre ossa deboli.

Madre dell’amore negato, dell’amore sciupato

delle voci premute contro le lingue.

Abbiamo pianto per un pezzo di terra,

per il tuo seno dolce ed il pane.

Madre degli occhi consumati,

del viso girato contro il muro.

Io ti perdono per le mie gambe magre

per il mio corpo

come una pianta acquatica sotto i tuoi colpi.

Per il sesso proibito e prodigioso.

Per l’animale che mi inseguiva ogni notte

e mi lasciava nuda fuori dalla tua porta.

 

Madre mia.

Madre irraggiungibile

così teneramente abbracciata al figlio

anche dentro il buio della terra.

Due scarabei d’oro stesi in una piega di fango.

Due amanti spaventosi e splendenti

nell’amore che ancora vi divora.

Quell’amore che ancora vi consuma

fin dentro le ultime ossa,

oltre la morte.

 

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