Quand’ero giovane credevo nella conversazione intellettuale:

ero convinta che gli schemi che andavamo tessendo col fumo rancido

se ne volassero nel cielo delle idee.

Per essere ritenuta degna degli elevati discorsi maschili

come una patata sulla grattugia mi voltolavo nel disprezzo,

mi succhiavo gli insulti e guardavo fiera quella roba marrone che copriva il pavimento.

Parlavano di integrità e di noia esistenziale

mentre le donne facevano un salto a comprare la birra e abortivano

in cucina e davano da mangiare ai figli e andavano all’asta.


Alla fine, naturalmente imparai cosa vedevano in me:

quando porgevo loro nel cavo delle mani una nuova poesia da assaggiare,


quando portavo loro le mie mappe aeree di Sartre o di Marx,

dicevano, sta solo cercando di attirare la nostra attenzione,

ci sta offrendo i seni e le cosce.

Ero lì che camminavo sulle uova, uguale a loro ma tremante:

ed essi vedevano solo una pescivendola che strillava per la strada.


Ora invece mi irruvidisco appena cominciano a sventolare i sostantivi astratti.


Me ne vado in cucina a parlare di cavoli e abitudini.


Mi sforzo di rammentarmi di osservare quello che fa la gente.

Sì, tieni d’occhio le mani e lascia che la voce ronzi.

L’economia è l’osso, la politica la ciccia,

osserva chi menano e chi si mangiano,

su chi si sfogano e chi posseggono.

Il resto, è tutta scena.

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