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“Donna m’apparve”. Prologo Così fan tutte: Sulla violenza


“Quando ci troviamo di fronte al fatto che le donne vengono marginalizzate come “oggetti” di conoscenza, inclusa la conoscenza scientifica, si può parlare a ragion veduta di violenza epistemologica perpetuata nei confronti delle donne; quando ci troviamo di fronte al fatto che alle donne viene rifiutato lo status di “soggetti” di conoscenza, di soggetti capaci di conoscere, e quindi anche lo status di scienziate, è preferibile parlare di violenza epistemica. E non bisogna dimenticare forme per così dire sottili di violenza, che hanno luogo anche quando alle donne viene riconosciuto, almeno formalmente, il ruolo di soggetti conoscenti. In proposito è sufficiente menzionare Rosalind Franklin, che giunge al King’s College di Londra nel 1951. È proprio di quell’anno la sua celebre Photo 51, la foto ai raggi x della struttura del DNA, che, insieme ad alcuni risultati delle ricerche di Rosalind Franklin, giunge nelle mani di un suo superiore, Maurice Wilkins, e da qui in quelle di Francis Crick e James Watson.

Franklin scrive che il DNA è composto da due catene distinte; solo in seguito Crick e Watson costruiscono il modello della struttura del DNA: la prima muore di cancro alle ovaie a soli trentasette anni nel 1958, i secondi ottengono il premio Nobel, insieme a Wilkins.

L’episodio è tanto più raccapricciante non solo perché Watson si riferisce a Franklin in termini decisamente fuori luogo e ingiuriosi (in The Double Helix ne parla come di una donna malvestita e frigida; Watson, 1968), ma anche perché egli ha sempre negato il contributo decisivo del lavoro della scienziata.

Sembra aver proprio ragione Jocelyn Bell-Burnell, la scopritrice delle Pulsar, quando sostiene che le scienziate vivono da mancine in un mondo popolato solo da soggetti che scrivono con la destra. In effetti, questa metafora efficace può essere estesa a ogni donna, nel senso che le donne paiono diverse dagli altri soggetti e si trovano in difficoltà a vivere in un mondo di gente che scrive con la destra, dove non c’è posto per la gente “bizzarra”, che scrive con la sinistra.

Per di più, c’è una lunga tradizione che giudica le donne mancine, quando all’essere mancino si attribuisca il significato di “maligno, cattivo, irregolare, anormale”. Già, così fan tutte: tutte le donne sono mancine. Come si è visto, l'”anormalità” femminile può essere tale da condurre a negare che le donne siano esseri umani, negando loro la razionalità.

Il medesimo risultato si ottiene anche attraverso una forma di violenza epistemica, la cui matrice è ancora una volta aristotelica:se, infatti, ipotizziamo che sia nella natura degli esseri umani aspirare alla conoscenza e al contempo rifiutiamo che le donne aspirino o possano aspirare alla conoscenza, non facciamo altro che ribadire l’impossibilità per le donne di realizzarsi come esseri umani. Questa impossibilità è senz’altro un atto violento, almeno in un’accezione ampia di violenza – quella fin qui applicata – per cui è violento il comportamento di un individuo che causa danni fisici o psichici a un altro individuo. In un’accezione più ristretta, la violenza consiste invece nell’uso della forza fisica di un individuo a danno di un altro.

Si tratta della violenza materiale, che viene considerata la violenza “vera e propria”, e che Catherine MacKinnon (2006) prende in considerazione per ribadire sotto una diversa angolazione che le donne non sono esseri umani; l’angolazione è diversa perché in questo caso le donne non sono esseri umani in quanto oggetti di violenza fisica. Se infatti fossero esseri umani, non sarebbero costrette a prostituirsi; non verrebbero considerate alla stregua di schiave sessuali e trattate come tali; sarebbero esenti dalle umiliazioni delle mansioni pesanti, pericolose, avvilenti, prive di retribuzione; non subirebbero molestie sessuali; non verrebbero infibulate, picchiate, stuprate; non si imporrebbe loro di sposare i propri stupratori; non sarebbero costrette al suicidio per restituire alla propria famiglia quell’onore che lo stupro ha intaccato; non dovrebbero velarsi né segregarsi dietro i burka; non sarebbero rinchiuse in case che in realtà si trasformano presto in prigioni; non verrebbero messe a tacere, torturate, lapidate, decapitate, uccise appena nate.

Così fan tutte: tutte le donne sono soggette a una forma o l’altra di violenza. Eppure, la violenza perpetuata nei loro confronti, nelle sue variazioni sia epistemico-epistemologiche, sia psico-fisiche, viene costantemente sottovalutata: se da una parte si evita spesso di considerarla tra le palesi violazioni dei diritti umani, così come invece si dovrebbe, dall’altra viene raramente vista come un muro contro cui va inevitabilmente a scontrarsi qualsiasi considerazione delle donne e sulle donne. Per di più, nonostante i comportamenti maschili che danneggiano le donne siano stati identificati come il meccanismo chiave di subordinazione delle donne agli uomini (si veda, per esempio, Radford e Stanko, 1996), nonostante si riescano a identificare una vasta gamma di gruppi in cui la violenza si ritrova perlopiù declinata al maschile (membri delle forze armate, criminali, molestatori e/o violentatori dei membri della propria famiglia e dei propri partner, praticanti e tifosi di sport in cui la forza fisica gioca un ruolo considerevole), nonostante per alcune statistiche ufficiali siano gli uomini a commettere l’85% dei crimini violenti (si veda Breines, Connell e Eide, 2000), le donne stesse continuano a minimizzare la gravità dei comportamenti violenti maschili, dicendo cose come «niente è davvero accaduto» o «non mi ha fatto poi troppo male», mentre gli uomini sminuiscono il significato dei propri comportamenti giudicandoli spesso non violenti, o tendendo a sottovalutare, se non addirittura ad azzerare, i contenuti violenti dei comportamenti stessi.

Non inquadrare in modo corretto la complessità del fenomeno ci consente di rifugiarci in un’ipocrisia che preferisce esiliare questa o quella violenza in certe classi sociali, religioni, etnie, come se la violenza non riguardasse ogni essere umano. Scrivo “essere umano”, e non solo “donna”, di proposito, perché non credo che i comportamenti violenti, o comunque aggressivi, sebbene prevalentemente maschili, siano esclusivamente tali: non possiamo e non dobbiamo negare che vi sono donne violente che sfruttano, perseguitano, tiranneggiano, mutilano, seviziano se stesse o altri esseri umani. Per fare chiarezza occorre comprendere meglio le donne, interrogarsi sulla loro identità, sui loro rapporti con gli altri, sul loro relazionarsi con il mondo esterno. Tra l’altro, comprendendo meglio le donne, riusciamo ad aprire gli occhi di fronte a diversi tipi di oppressione che riguardano più di un ruolo femminile (biologico, familiare, professionale, sessuale: si vedano Bergmann, 2005; Brownmiller, 1975; Firestone, 1970; MacKinnon, 1987 e 1989; Okin, 1989), e, senza confondere quanto è naturale con quanto è normale, normalizzante, normalizzato, giungiamo inevitabilmente a percepire che etichettare qualcosa come “naturale” (lo si fa anche con la violenza) non comporta che quel qualcosa non sia passibile di condanna culturale, etica e giudiziaria”.

 

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