"Sabaudia. Dei tre modi del camminarti" - (Collezione di Sabbia, IlfilodiPartenope, Napoli 2009). Distribuito in tutta Italia, contattare ilfilodipartenope per la lista delle librerie fiduciarie al numero: (+39)338.8581875 - 081.457989. A Roma, "Collezione di sabbia" è distribuita dalle Edizioni Empirìa, via Baccina 79 00184 Roma - Tel. e Fax 0669940850.

Copertina di “Sabaudia. Dei tre modi del camminarti” di Bianca Madeccia – (Collezione di Sabbia – IlfilodiPartenope, Napoli)

Nei precedenti lavori di Bianca Madeccia ho avuto modo di evidenziare  il suo “clinamen” verso forme geometriche. La geometria  è ovviamente solo l’aspetto visivo  con cui si manifesta il senso (e sottolineo quel geo, trattandosi di testo e prodotto libraro gemelli terreni). Madeccia  è  un poeta  consapevole degli strumenti che usa, della loro storia, con un atteggiamento costantemente euristico per cui  l’essere è quel che deve essere, cioè  relazione, pensata e pensabile,  tra vari elementi,  relazione di relazioni, dunque metarelazione.  Il suo secondo la più alta tradizione  (e partirei, quanto a metodo,  dai trovatori), è un  poetare poetante, il che lo si rileva proprio dall’andamento ritmico,  dal suo  procedere  con lentezza, radicato nella forza di gravità  ai fini di intercettare  l’interstizio tra parola e significato (si evidenzia la crepa e la si ricuce).  In questo testo i palmi dei piedi  sono magnetizzati, attaccati alla terra.

Le modalità di comunicazione e, dunque, il dove si colloca il testo (Collezione di sabbie de Ilfilodipartenope), il formato e la matericità dell’edizione, che rinviano al toccare, annusare, all’evocatività sensoriale, al sigillo delle sensazioni sull’anima . Si comprenderà perché immagino ora la  famosa metafora gestuale di  Crisippo relativa alla conoscenza. L’oggetto libro, in questo caso, è un attrezzo che modifica il saper sentire ordinario,è attrezzo e verso esso stesso, gioca con la triangolazione piede-mano(ex-piede)-cervello.

Bianca Madeccia ci racconta tre modi (mondi) del camminarsi (attraversarsi) richiamando le suggestioni del “pensare a piedi” del  Franco Cassano de “Il pensiero meridiano” .  In questo rito di passaggio e di passeggio dal fuori al dentro e viceversa (vale a dire l’utilizzo di elementi simbolici) si intercetta  l’aria ( in cui viene visualizzata la linea retta), le dune (le curve), cioè l’ accumulo di atomi che hanno abbandonato il proprio clinamen sotto forma di granelli,  il mare (il cerchio).

E’ evidente che aria-curve-cerchio sono  un doppio orizzonte, orizzontale e verticale, assi  cartesiani  della percezione,  il che implica riferimenti storici che dominano  la poesia. Provate, infatti, a posizionare gli elementi del testo secondo la loro direzione, divideteli per “classi” e posizionateli nei quattro quadranti che gli assi formano, osservatene le relazioni. Questo è ciò che intendevo parlando di “essere” e di atteggiamento euristico: Bianca Madeccia, che lo voglia o no,  compie un lavoro strettamente cognitivo. Se poi qualcuno immagina che questo sia un testo di alchimia (e intendo “alchimia” in senso etimologico, “occhio” ,e nel senso più alto, che non richiede una generica aura ma conoscenze, competenza e soprattutto  capacità di esecuzione) fa la cosa giusta. I simboli che si nascondono  in questo testo sono  precisamente alchemici e ne rappresentano un processo. Un esempio per tutti: la nascita finale è dal cristallo, medium tra la polvere di silicio e l’ acqua. E la storta alchemica dell’homunculus è fatta di vetro.

L’andare -l’idea di andare- è qui un fenomeno   empirico per cui la stessa metafisica, esplicitamnte citata, mi sembra assumere il senso di “andare attraerso la phisys” piuttosto che rinviare, ordinariamente, a un qualcosa che sta oltre o dopo ciò che “phyei”  qui e ora.

Il testo, grazie al lessico, alle forme infinitive dei verbi,  alle formule grammaticalii e sintattiche indefinite, può -il fenomeno già lo notammo in altra occasione-  concretamente essere capovolto e letto al contrario, proprio come una clessidra che, si sa, contiene sabbia.

Le dune sono al centro del testo, il che significa che la materia di cui sono composte è “intermediaria”, quanto a stato fisico e simbolico,  tra le altre due e che, cosa altrettanto nota, la linea retta e il cerchio sono mediati dalla curva (ponte).

Grazie a questa procedura si ha  moltiplicazione di messaggi, elevazione a potenza dei testi e delle parole. Ad esempio, vari  versi, isolabili, possono, ricostruiti in altre caselle, creare n- testi. Il buon governo di queste variabili è il fondamento dell’attività poetica.

Annotiamo a margine che la poeta dice “del camminarti…della tua aria, delle tue dune, del  tuo mare”, il che capovolge  la percezione che siamo portati a elaborare a una lettura immediata: non è il soggetto ad essere proattivo, a camminare, a muoversi, a pensare:è l’oggetto (l’aria, le dune, il mare) che lo percorrono dall’interno: il soggetto riceve stimoli e li replica. Siamo forse in un dejà vu, il che giustificherebbe l’aspetto di incognita, di calcareo (che diventa silicio) che dall’inizio fino alla fine si rileva. Ma questa incognita la intercetteremo tra breve.  Contemporaneamente, a rischio di “extensiones ultra premissae”, ritengo che “Sabaudia” abbia avuto un effetto sull’apparato cognitivo di Madeccia  non solo per ciò che è Sabaudia in termini ambientali e situazionali (sto a Sabaudia. Vedo questo e quello, che esprimo così e cosà)  ma anche per ciò che evoca foneticamente: saba-sabbia- audire.

Come per ogni territorio, è possibile tracciare una mappatura del testo,cosa che faremo  con  le necessarie istruzioni per l’uso e individuando chi vi si nasconde, il suggeritore del testo stesso.

Tralasciamo le  numerosissime  figure retoriche qui  evidenti e che  meriterebbero un’analisi  non in termini di ornatus (funzione delle figure) quanto in termini di segnali  delle  pulsioni psichiche. Anhe in tal caso, un esempio: la poesia inizia con “sotto il sole” e termina con “distacco” (il part(or)ire)  rispetto alla situazione solare, limpidissima; oppure si osservi  la climax dei verbi che implicano moto dei piedi, climax che sale e scende, come le curve delle dune : passeggiare, approdare (usato due volte), tracciare, percorrere, migrare, entrare, inabissare, sprofondare, accedere, evitare.

Quanto alle azioni riferibili al gesto delle mani,  esse consistono in: tracciare, tagliare, asciugare. Se ci fate caso, sono gesti che implicano un processo artigianale su qualche materiale (si traccia il disegno di qualcosa, es. un tessuto; si taglia la materia, la si mette ad asciugare per poi lavorarla definitivamente. Io credo che si tratti del processo di lavorazione di un’anima di carta, una tabula rasa). Ovviamente anche qualche altro organo (es. bocca) compie azioni, che lascio al compito del lettore individuare e collegare con gli altri gesti di “via secca e via umida”.

Ma osserviamo, come dicevamo, il territorio, la cui conformazione , come avviene spiegando le mappe,  parafrasiamo:

Sotto il ronzio di un alto sole voltaico (corrente elettrica: sole alto voltaico). In effetti, come si sa, l’energia elettrica “ronza”. “Ronzare” è delle mosche o degli insetti. Questo testo è “insectato”, cioè sezionato, diviso. E’ lui che ronza. Si ha motivo di supporre che sia mezzogiorno, l’ora canonica dei fantasmi.  Si passeggia con lo sguardo (dunque, in realtà, non ci si muove di un passo) sotto il ronzare, coi piedi nel calcare polveroso dell’attesa. Piove , pertanto, polvere, granelli atomici  epicurei. Epicuro e non democrito per quella velocità in più (la psicologia) che hanno gli atomi del filosofo di Samo rispetto a quello di Abdera.

Il riferimento alla classicità, consentito  dall’aver citato Cassano, riguarda una “esemplarità” dei percorsi poetici in termini di mitopoiesi.   Questi i granelli dell’attesa  formano dune.  Si osserva, dunque:  ronzare (ali), voltaico, cioè “volta”-“cupola”  (lo sguardo va verso l’alto) e, subito dopo, calcare(ma anche calca di orme), passeggiare(passi), terra (lo sguardo va ora verso il basso). Alto- basso formano il primo degli assi cartesiani di cui si parlava prima. L’altro asse è dato dal guardarsi intorno, in orizzontale ed è, quello di volgere lo sguardo in cerchio, un segmento di cerchio, la duna.

 Ciò che  cerca l’autore è una pista nascosta in “Sabaudia”, una misterica “scienza sacra”(forse c’è un riferimento, considerando l’urbanistica di Sabaudia, alle città geometriche del millecinquecento). “Passeggiare le tue vie” non è “passeggiare per le tue vie”, forma ordinaria in italiano. Perché il verbo, l’azione,  è qui usato in modo transitivo? E perché si passeggia con lo sguardo? Credo, anche in questo caso, che Bianca abbia –involontariamente, il che dimostrerebbe molte cose- utilizzato “passeggiare con lo sguardo le tue vie” intendendo “allargare con lo sguardo le tue vie”. “Allargare”, “patere”, è radice di “passeggiare”. In poesia non sono infrequenti fenomeni “atavici” del genere. La locuzione sta dunque per “fare molti passi e spingersi allargando le tue vie, rendendo manifesta la loro sezione aurea” e ciò è possibile cercando la scienza che “fissò” (“guardò”, anche) la luce (eccola di nuovo l’energia elettrica, fotovoltaica), scienza  nascosta negli angeli custodi delle leggi che “scandirono” (separare, essiccare, da cui “schedario”) le leggi della parte dura,ecc.

Si penserebbe agli angeli come scribi, alunni di un maestro che –ipse dixit- detta loro le tavole delle leggi del pensiero e dell’architettura. Gli “angeli”  sono  messaggeri, entità  che hanno qualcosa da dire e che, di conseguenza, scandiscono qui  il loro dire sillabandolo. A conferma di tanto (che, cioè, il testo ha a che fare col linguaggio e con le sue proiezioni  o procedure “alchemiche”),   si noti che poco dopo compare “alfabeti”.

Dunque “Sabaudia” come metafora del linguaggio.

Dal nitore e purezza dell tratteggiare la linea retta , si approda (da dove? Non si stava su un’attesa polverosa e calcarea? Da dove esce quest’acqua? L’approdare, altresì, è delle barche) a “porticati” bianchi

come il calcare dei primi versi.  Chi conosce Sabaudia sa che c’è il mare, le dune, che c’è un lago e certamente dedurrà che l’autore vede implicitamente queste cose per cui è normale parlare di “approdo”.

E, tuttavia,  ancora una volta è il lessico scelto che ci dà ragione di altre decisioni.  Osserviamo il verso: “approdare infine ai porticati bianchi”. Ciò che apporda, in genere, è un natante, una barca. Non è per caso che è quel “PORTIcati” ad aver suggerito la sensazione di  approdo?

Dalla linea retta passiamo, proprio con le arcate dei porticati, mentre lo sguardo gira intorno creando curve, a un primo disegno di elementi parabolici che, dopo, sono chiarissimi in “dune”. Linea retta vs. curva è l’asimmetria di “aiuole”, che è una parola piena di ghirigori, nel cui aggregarsi svetta il minareto di una palma azzurra che con la sua  chioma- asterisco, rinvio a piè di terra- traccia, metafisicamente (da sempre) in cielo alfabeti misteriosi. Dunque, dalla retta si giunge alla curva ed è la curva, asimmetrica, che può creare segni  significanti, non la retta. Ciò perché noi possiamo conoscere solo attraverso differenze ed opposizioni.  Infatti, si parla, a rinforzo dei segni curvilinei come lettere, di geoGRAFIA. Non solo: geografia (scrittura, calcarea, della terra) ed aria sono in relazione oppositiva., come “mobile immobilità”, ad esempio, che è un ossimoro così come totalmente ossimorico è questo testo.

Si comincia poi a scendere. Ma rimane ancora irrisolto il mistero di quel ronzare aligero. Che non sono gli angeli. Nella prima sezione  è detto “passeggiare con lo sguardo le tue vie”. Qui si accellera: si “percorrono” le curve delle grandi dune. Perché si accellera? Abbiamo detto che il soggetto qui è in attesa passiva. E’ dunque per questo che la forma delle cose  attraggono le sue sensazioni. In altri termini, lo sguardo, la biglia dell’occhio, sulla linea retta non può che muoversi poco, andare passo passo. Nella curva, su una curva, come una biglia, precipita. E’ la forza di gravità (espressamente citata) che  fa adeguare a sé stessa i sensi. In ciò Madeccia  ci rivela la psiche al femminile. E’ appena il caso di annotare che, probabilmente, le “curve” sono quelle di una grande madre supina. L’iconologia, dal più antico santuario, quello di Malta, ad altri luoghi è prodiga di esempi  di “madri” distese e pietrose, magne e magnetiche.  Su questa mappa c’è scritto “mare” ma non è segnato dove sta. C’è, in effetti, scritto, più avanti, “marea”, che sembra essere l’equivalente fisico della forza attrattiva dela gravità terrestre (e si noti, altres’, che la forza di gravità va verso il giù mentre la marea va verso il su). Un riferimento diretto al quondam mare  “inabissare”. Ma siamo sicuri che significhi “far scendere sott’acqua”? Osserviamo con la lente d’ingrandimento: “inabissare il peso” nei quarzi triturati, in una specie di acqua fossile. “Inabissare il peso” è “scandagliare”, come prima gli angeli “scandiscono”.  Dall’ “adesione magnetica alla terra” si passa all’immergersi nella terra. Si aprono crepe e abissi sotto i piedi, si è incorporati. In altri termini, si torna alla terra che rimane nuovamente incinta di noi e da essa si rinascerà, come è evidente alla fine.

Potremmo, a questo punto, anche immaginare il testo come un corpus mistico al femminile, con i suoi organi caratteristici del genere. Alle dune spetta, ovviamente, la funzione della  pancia gravida di luce che partorirà il sole dopo che il corpus hermeticum  sarà stato sotto l’azione dell’argenteo mercurio, acqua che non bagna le mani. Qual è il “peso” che si desidera “inabissare”, cioè “in-ab-issare”, cioè “alzare dal di dentro”? Si osservi che dal mondo esterno siamo “approdati” a quello interiore, verso il quale, in definitiva, come in un minimale “Sogno di Polifilo” si stava andando per poi tornare, in chiusura, attraverso uno strappo, di nuovo a quello esterno. E’ il peso della “consistenza ultima” che, certo, può voler significare uno zoommare continuo le particelle del mondo (il tagliarle, cucirle, farle asciugare, triturare la polvere dell’attesa, ecc.). Ma siamo sicuri? Il tempo qui sembra non esserci stante la modalità infinitiva dei verbi e l’assenza di avverbi temporali (di luogo-spazio ve ne sono; di tempo no). Una sola volta compare in una locuzione seminascosta: “avere il tempo di”, ma qui significa piuttosto “possibilità di”.  Ma cos’è il tempo se non movimento? Cos’è la stasi se non “assenza di movimento”?. Ed ecco allora che la “consistenza” è “termine” ambiguo:è  la sostanza di cui sono fatte le cose(e la si enumera)  e, nel contempo, il “consistere”, lo star fermi. E qual è la “consistenza ultima” se non la morte? E’ dunque necessario, fisicamente necessario, tirar fuori da dentro, inabissare, il peso dello scandaglio (eccolo qua il peso legato a una corda: il “cuore”) perché si guarisca “prima della fine del viaggio” che è l’esistere.

Dopo “inabissare”, appare un “immersa” e, subito dopo, “marea”, alla quale viene riconsegnato il “corpo”.

Tale corpo, unendo la percezione terra-acqua, “sprofonda nel pensiero liquido” da cui accede a “differenti universi sonori” che “popolano lo spessore del silenzio”. Va da sé che, a questo punto, il cuore si è fermato e continua, tuttavia, in eco, il suo tam-tam. Si è alla fine del viaggio verso la rinascita.

Ma non abbiamo ancora individuato chi è che “ronza” sotto sotto, vale a dire che non abbiamo  ancora catturao il “supersimbolo”  che ronza il questo testo e abbiamo anche detto che non sono  gli “angeli”, a meno che, ovviamente, per “angeli” non intendiamo entità molto particolari, particole anfibie tra l’umano e il divino, esseri polimorfi e trasformazionali che si trasformano trasformandoci per contatto o contagio.

Altresì, è noto che la psiche ha sempre le ali.

Vediamo con attenzione gli ultimi versi. C’è un “popolo” che occupa le contrade del silenzio. E’ intuitivo che sono “api” , tant’è che, subito dopo, si parla di un “riaffiorare”, inteso sia come un “riemergere” che come un “riandare di fiore in fiore” (è la palma azzurra che chiama?). I “gradi” sono le “gradazioni” del fuoco alchemico, dell’opus della trasformazione che utilizza minerali (il calcare, il quarzo, il silicio, il sale, l’argento, l’oro, il rame, ecc.,metalli tutti citati sia direttamente che indirettamente). Appare, collegata al cristallo, un insetto, che ronza anche lui, molto familiare alla nostra simbologia, la “crisalide”. . La “consistenza ultima” si è trasformata in “crisalide”, è la crisalide, cioè la “volatilità”. Non so perché ma vedo che gli angeli hanno smesso di scandire parole e restano muti, meravigliati  da questo prodigio. La crisalide non ha fretta. Sulle ali future ha la polvere di calcare dell’attesa che asciuga al sole. L’attesa è diventata la calma.

E’  usuale che in poesia parole nascondano parole coerenti con l’insieme di insiemi che è un testo.  nasconde l’anima. Qui “calma” è “c’alma” e anticipa “psiche” (“lo strappo psichico”) che, finalmente, vola libera, uscita dal grembo della logica. Lo “strappo psichico” è precisamente questo testo, il pensiero  poetante che vola sui propri simboli. E’ la crisalide che ronza dall’inizio alla fine del testo, col suo “om” intrapsichico. Restando in metafora alchemica, non è un caso che si inizi col ronzio del sole, d’oro, e il tutto si concluda con lo zzzzzz di ali che si ripetono sia in “cris-ali- de” che in “ali umide, nella calma, al sole” (di nuovo, in chiusura: cerchio all’inizio e cerchio alla fine). Tra l’altro, “crisalide”  ha  come radice “oro”.I tre modi di camminare, dunque, ripercorrono processi che dal piombo (i piedi attratti dal magnetismo terrestre) giungono alla volatilità della luce.

                  Mimmo Grasso

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