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New York, 1936; sala del Savoy, sulla Lenox Avenue, l’enorme pista da ballo oscilla come il ponte di una nave sotto il peso di centinaia di ballerini che danzano uno swing vorticoso. È la musica del momento. Un minuscolo batterista scandisce il ritmo. La cantante non è bella e non è bionda ma è la sua vo­ce che guida la folla. È una ragazza gio­vane e un poco goffa. Per caso c’è lì ad ascoltarla anche una compositrice fa­mosa, Mary Lou Williams: «Quella voce mi elettrizzò. Corsi verso la pedana per scoprire a chi apparteneva. Una ragazzina scura di pelle stava lì con aria modesta e cantava cose grandi. Mi dissero che si chiamava Ella Fitzgerald e che Chick Webb l’aveva trovata in uno show per di­lettanti». Leggi il seguito di questo post »

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“Che cos’è più violento, la minaccia di uno stupro per strada o una legge che decide il destino della vita e dei corpi?”, scrive Bia Sarasini nel pezzo di apertura del “Tema” della nostra Leggendaria n. 74, che sarà in libreria a partire dal 26 marzo. Esattamente un anno fa, nel febbraio 2008, avevamo Leggi il seguito di questo post »

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(…)

Per la nostra società evitare lo sforzo è una condizione di felicità. La comodità è felicità nell’era della tecnica e della dimenticanza dell’essere. Tutti noi preferiamo beneficiare di qualche comodità. L’inganno sta nel farne l’unica idea di felicità possibile. (…) L’idea che conti solo il risultato è fondamentalmente ridicola poiché non si tratta del risultato ma del percorso. In altre parole, il risultato finale è per tutti una tomba. Se l’uomo perde l’idea di percorso, perde tutto. La questione dello sforzo non è dunque morale ma ontologica. (…) Leggi il seguito di questo post »

Amnesty ed EGA pubblicano le “Poesie da Guantánamo”

 

“Questo libro contiene una serie di poesie scritte, nelle circostanze più difficili e disperate, da uomini reclusi da anni nel centro di detenzione statunitense di Guantánamo Bay, a Cuba. Le loro poesie riflettono la disperazione, la rabbia e il senso d’ingiustizia provati da persone sottoposte in modo arbitrario al durissimo regime di Guantánamo. I loro testi descrivono la sofferenza cui gli autori e altri detenuti sono stati esposti e riflettono la capacità dello spirito umano di risalire la china dalle esperienze più sconvolgenti”.

(dalla prefazione di Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International)

 

Per la prima volta, dopo sei anni, i detenuti e gli ex detenuti di Guantánamo prendono la parola, attraverso 22 poesie, scritte “da dietro le sbarre” da 17 autori, per denunciare la propria condizione, raccontare la propria sofferenza, ma anche e soprattutto per resistere e mantenere viva la propria coscienza.

Qui: il video di Riz Ahmed che legge “Death Poem” di Jumah al Dossari.

Qui la scheda del libro

” E questo vengono a cercare in analisi: non essere più colpiti da ciò che li circonda, dalle persone più vicine, divenire in un certo senso ancora più egoisti, essere anestetizzati nei confronti del mondo, vivere nell’autismo. La saggezza ha sempre affermato il contrario. Più progredisci in conoscenza, più il mondo ti tocca. (…) Un musicista agisce quando si lascia coinvolgere dalle grandi questioni della musica, la composizione, l’armonia. Patisce, quando si limita a ricercare il successo. Agire significa sempre accettare gli interrogativi che ci portano verso la molteplicità. (…) Leggi il seguito di questo post »

Variazioni sul buio

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