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LA SPOSA DEL MARE

Decise di restare con noi, la donna gardenia caduta dal cielo con rumore di piedi. Passava il tempo a disegnare piccole croci sui muri. Ogni giorno ci mandava notizie delle ossa spente, del passo divorato dalla ruggine, della carena disastrata dalle mareggiate. E così cresceva in acque senza pace e ci allontanava il sonno. Tutte le notti assieme al cigolio degli alberi maestri e sartie che le occorrevano per sostenere il peso di stelle incalcolabili, si percepiva un gemito. Un canto umido che sembrava narrasse di un cuore logorato dal sale. Ma la sua bocca in realtà continuava a ripetere: “io voglio solo tornare”.

Il frammento originale di Maria Grazia Calandrone

Puoi vederla sul fondo del mare:
lei è coperta da solchi di ruggine. A ogni passo
il suo cuore batteva più pesante,
più inzuppato
di acqua marina. Ma la bocca
ripeteva io voglio
solo tornare.

 

 


(Immagine di Giusy Calia. Rielaborazione in prosa di Bianca Madeccia di un frammento poetico tratto da “Le metafore dell’amor perduto”, poemetto inedito di Maria Grazia Calandrone.)

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Non ha alcun senso. Il bastardo continua a sbatacchiare quelle sue piccole dita rachitiche sulla consolle, come un maledetto aspirante pianista, offendendo con quell’orribile sinfonia che produce tutto il creato e il senso stesso della vita.

Distrugge le regole del cosmo e le rifonda a modo suo, senza poesia, senza geometria. Un vero golpe di idealità che sta annientando tutto ciò che di sacro appare ai miei occhi.

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La leggenda narrava che Koyaanisqatsi, lo scintillante serpente piumato, sarebbe arrivato dall’est. Lo avrebbero riconosciuto dalla luce che emanava la pelle. Avrebbe portato felicità, potenza, gloria e salvezza eterna per tutti.Per queste ragioni, grandi erano l’attesa e la speranza.

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Avevano stabilito di incontrarsi nella vita successiva.Questa non andava.Si diedero appuntamento davanti al Canto del Maggio, a Terranuova Bracciolini – in quel d’Arezzo -, un posto incantato, perfetto per gli innamorati.Quando si videro però non si riconobbero. Lei era rinata scarafaggio e lui, lui era un asino.Lei rimase li ad attendere accanto al mulo per tutto il giorno e il giorno dopo e quello dopo ancora. Si rivolsero persino la parola.Conversarono amabilmente del più e del meno, ognuno dei due attento a non svelare il vero motivo della permanenza ostinata davanti a quella porta chiusa.Poi, una sera, ognuno dei due raccolse il proprio fardello di stanchezza e si avviò verso casa.Si sorrisero.Al tramonto si può scegliere solo tra due tipi di sorriso: gentile o discreto. E questo, nel migliore dei mondi possibili, è già abbastanza.

 

(“Della natura del desiderio, 5 movimenti”)

 

 

 

 

Pubblicato in: http://viadellebelledonne.wordpress.com/2008/02/04/tramonto-di-bianca-madeccia/ 

Variazioni sul buio

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