
Mostra il tuo volto, sono frutteti e roseti il mio desiderio
dischiudi le labbra, zucchero puro e fluente è il mio desiderio.
O astro di bellezza emergi per un respiro dalle nubi
ché quel volto di solare bellezza splendente è il mio desiderio.
Nello spazio aereo dell’amarti mi giunse il suono del tamburo
che il falco a sé richiama, rieccomi: il braccio del Sultano è il mio desiderio.
“Ma vattene” – dicesti irritato – “non importunarci ancora” –
è quel vattene via– te lo giuro – il mio vero desiderio.
La tua repulsione: “Via di qui, il sovrano non è nel palazzo”
sono quelle violenze, il fare brusco del guardiano, il mio desiderio.
Venatura di bellezza si può scorgere nel volto di chiunque
ma è quella cava di grazia, quella miniera di avvenenza, il mio desiderio.
Ingrato torrente sono l’acqua e il pane che la volta celeste ci procura
ma io sono un pesce, il mostro marino e l’Oceano Indiano sono il mio desiderio.
Oh dolore, che pena, come Giacobbe io urlo affranto
sono le fattezze belle di Giuseppe di Cananea il mio desiderio.
Oddio guarda che cella triste si fa per me senza te la città
disperso vagare per deserti e montagne è il mio desiderio.
Come sopportare ancora questi compagni dalla fragile natura?
Il leone di Dio, l’epico eroe Rostam figlio di Zal sono il mio desiderio.
Spina nel cuore per me il Faraone e la sua violenza iraconda
è il volto chiaro e stellare di Mosé dalle bianche mani il mio desiderio.
Non ne posso più di queste genti triste e piangenti
sono le urla festanti e le baldorie degli inebriati il mio desiderio.
Più dell’usignolo si raffina la mia poesia, eppure per l’invidia di tutti
di silenzio la mia bocca si sigilla, ma voglio urlare, gridare è il mio desiderio.
Videro il maestro ieri con una torcia in mano vagare di giorno per le strade:
“Non più demoni né bestie, è l’essere umano, il vero umano il mio desiderio”.
E dissero che no, abbiamo cercato, ma in nessun luogo si trova
“Ma io sì, è quel che non si trova in alcun luogo il mio desiderio”.
Ho le tasche povere e strappate, ma non accetto le gemme più fini
è quel rarissimo e prezioso rubino il mio unico desiderio.
Celato agli occhi eppure è da lui che ogni occhio deriva
quell’artificio che nascosto si palesa, il mio desiderio.
La mia vita supera adesso ogni concupiscente speranza
sono le cave del tempo e dei luoghi, la fonte degli elementi, il mio desiderio.
Il canto della fede giunse alle mie orecchie, ubriaco per quello il mio udire
ma quale destino adesso lambisce lo sguardo? È l’effige della fede il mio desiderio.
In una mano la coppa di vino, e nell’altra i capelli lucenti dell’amato
così voglio danzare scomposto e felice per tutti i mercati: è il mio desiderio.
Si lamenta così la cetra: sto morendo, ardendo nell’attesa
voglio le mani del cantore, i suoi gesti esperti, il suo plettro è il mio desideiro.
Sono io la cetra d’amore e l’amore mio si fa come cetra cantante
voglio intonare il più bello dei Salmi, il cantico del Misericordioso è il mio desiderio.
O esperto cantore, maestro di cantighe, intona ancora questi versi
innalza la voce, segui il mio verso, così salmodiante io ti desidero.
Mostra da Oriente il tuo volto, o Sole radioso, di Tabriz l’orgoglio luminoso:
io sono l’Upupa, il santo inviato cantante, è Salomone il mio desiderio.
(Rumi, XIII sec., traduzioni dal persiano di Domenico A. Ingenito)




















